breve sommario degli episodi precedenti

Io non ci volevo venire in Thailandia.

Nel Gennaio del 2011, a seguito di vicende che non staró qui a discutere, mi sono ritrovato senza lavoro a Barcelona.
Essere senza lavoro a Barcelona NON é una esperienza traumatica.
L’azienda per cui lavoravo mi aveva pagato una generosa buona uscita, l’assistenza spagnola mi assicurava di che vivere per almeno 12 mesi, e il proprietario di casa mi aveva fatto uno sconto sull’affitto, vista la mia nuova condizione di disoccupato.
Il Bar di Cosimo era solo a 500 metri da casa, e la mattina non avevo necessità di svegliarmi ad orari lavorativi e in sana e robusta costituzione.
Birra e Picon in moderata quantità non costituisce sostanza pericolosa e i macerati di Cosimo alla fine della serata, quando il bar era ormai chiuso e dentro erano rimaste le solite mosche da bar, costituivano un ottimo rimedio per evitare l’hangover, o almeno posporlo alla successiva apertura del bar.

Ma non si vive solo di picon e macerati, quindi mi sono inventato un’avventura, di cui ho scritto ampiamente nei post precedenti.
Dopo qualche mese girovagando per l’Asia, poi colloqui in giro per l’Europa, poi qualche settimana in Marocco, per non perdere il ritmo, il 7 Gennaio 2012, mi sono finalmente traferito a Berlino. Era una Notte buia e tempestosa.
E la temperatura ben al di sotto dello zero.

In questi 4 anni molte cose son successe: in ordine di dramma, Cosimo ha chiuso il suo bar, Bea é venuta a vivere a Berlino, io ho di nuovo cambiato lavoro, altra gente ha lasciato Barcelona.
Gianmarco, un mio flatmate della prima ora a Barcelona, é tornato a Londra, David ha scelto Zurigo, Gepi ha lasciato la Catalonia per la Sardegna (o la catalana per la sarda), altri son tornati nei loro paesi d’origine.
Alessia e Francisco sono tornati in Colombia.

Quando con Bea abbiamo deciso di spostare le nostre vacanza annuali da Novembre a Febbraio, io già mi vedevo sulle spiaggie di Cartagena, o tra le strade di Bogotà, rinfrescandomi di mattina con zumo de tomate de arbol e la sera con un buon rum e un sigaro, magari cubano, oppure sulle spiaggie di Providencia, alla capanna di Arnaldo, cocco e pescado e un amaca, il paese più vicino a 45 minuti di strada, fatti su una moto 100cc senza casco, possibilmente senza freni, e aggrappato alla sella cercando di gestire il pilota davanti (“slow down, please!!”) e zaino di dietro. (io sono un motociclista, quindi come passeggero sono una minaccia).
Al limite a fare caffè a Salento.
Io contavo su una vacanza sudamericana, visto che le due precedenti ci avevano visto prima in Sri Lanka e poi in Capo Verde.
Credevo di aver espiato abbastanza per la nostra avventura messicana, tre settimane esplorando il Messico del sud, tra bus, blocchi dell’esercito, un opinel nr. 8 nascosto nella borsetta delle cremine di Bea, rovine maya, mega porzioni di uova rancheros a colazione, mezcal e chapulines, lucha libre e cuba libre.
Bea mi rimprovera ancora di averle fatto fare in 3 settimane quello che io avevo fatto comodamente in 3 mesi qualche (decina di) anni prima.
In realtà in 3 mesi avevo fatto un po’ più del sud, ma non c’erano ragioni, no more Mexican heroes anymore.
Quindi, pensavo, adesso i tempi sono maturi per ritornare in un paese amico, dove parlano una lingua che posso capire, e in cui posso maledire, dove suonano una musica autoctona e non il reggae di importazione che trovi ovunque (ma di questo dopo) e dove, soprattutto, ho amici che non vedo da anni.
Alessia e Francisco sono tornati in Colombia, é arrivata l’ora che ci torni anch’io.

Ma avevo fatto i conti senza l’oste, l’oste in questo caso Bea, che, mentre discutevamo sui pro e contro di una vacanza a est (Thailandia appunto) o a ovest (Colombia e magari una puntata in Brasile seguendo il rio delle amazzoni da Letizia a Manaus), preparava il colpo di grazia.
Il colpo di grazia fu sferrato qualche giorno prima di comprare i biglietti, una semplice frase, da cui capii che la Colombia doveva aspettare.
“Va bene, facciamo come dici tu, se proprio vuoi andare in Colombia, andiamo in Colombia, non mi importa”

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